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DO YOU REALLY WANT TO HURT ME / KARMA CHAMELEON – Culture Club – (1982/1983)

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VIDEO di “Do you really want to hurt me” – Clicca sopra 

Karma Chameleon VIDEO Live – Clicca Qui


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I Culture Club sono un gruppo musicale britannico, fautori del genere synthpop, numerose incursioni nel reggae e una spiccata propensione per il sottogenere della ballad. Famosi negli anni ottanta, in particolare per le due Numero 1 internazionali Do You Really Want to Hurt Me e Karma Chameleon, si sciolsero una prima volta nel 1986, per dare spazio alla carriera solista del cantante Boy George. Per celebrare i venti anni di carriera si riunirono nel periodo 1998-2002.

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La formazione storica del gruppo è composta da:
– Boy George (voce)
– Mikey Graig (basso)
– Roy Hay (chitarre e tastiere)
– Jon Moss (batteria e percussioni)
Soprattutto nel periodo iniziale, sia in studio che dal vivo, si aggiungeva Helen Terry (voce femminile), quinto membro la cui appartenenza ufficiale al gruppo è stato spesso discussa, con opinioni discordanti.
Nel periodo della riunione, 1998-2002, il quinto membro aggiunto è rappresentato invece da John Themis (chitarre), uno dei collaboratori più assidui di Boy George come solista.

Gli inizi (1981)

Dopo un’esperienza con i Bow Wow Wow, conclusasi con il suo licenziamento ad opera del manager della band, Malcom McLaren, che rivelerà poi che l’inserimento di George non aveva altro scopo che quello di scuotere la Lwin, l’anglo-irlandese George O’Dowd, ribattezzatosi Boy George, decise di avviare un suo proprio gruppo. Il nome definitivo, Culture Club, suggerito dalle diverse origini dei quattro membri storici, rimpiazzò, su suggerimento di Moss, l’iniziale Sex Gang Children, poi ceduto a un’altra formazione.

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Il bassista giamaicano Mickey Craig si era unito a George, colpito dalla sua immagine stravagante dopo averlo visto sulla copertina di una rivista di moda. Insieme arruolarono poi il batterista e percussionista anglo-ebreo Jon Moss e infine il chitarrista e tastierista anglo-sassone Roy Hay (quest’ultimo, in sostituzione del primo chitarrista, Suede, che ancora compare nelle primissime foto pubblicitarie del gruppo).

La band incise alcuni demo, finanziati dalla casa discografica EMI, che però non ne rimase molto soddisfatta e non propose alcun ingaggio. A mettere sotto contratto la band in Gran Bretagna fu poco dopo un’etichetta della EMI, la Virgin, la quale, all’epoca assente dal mercato statunitense, li affidò a un’altra etichetta, la Epic, attiva negliStati Uniti.

Il Primo album (1982-1983) 

Dal primo album dei Culture Club, Kissing to Be Clever del 1982, fu estratto il primo singolo, White Boy. Intelligente brano pop, basato su un ritmo altamente percussivo, dai richiami tribali, il 45 giri non riuscì comunque a raggiungere le posizioni più alte delle classifiche, fermandosi al Numero 110 in Gran Bretagna. George rimase tuttavia contento del fatto che “5000 persone avevano comprato la mia canzone senza neanche conoscermi”.

A questo punto, i Culture Club avevano già costruito una solida base di fans e sui muri di Londra comparivano sempre più spesso graffiti che inneggiavano al gruppo (tra i più celebri, la scritta che recita «Culture Club rule OK», che significa qualcosa come ‘I Culture Club hanno le carte in regola’); tutto ciò di cui avevano bisogno era il disco giusto.

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Il terzo singolo, Do You Really Want to Hurt Me, brano con influenze reggae, scalò tutte le classifiche della BBC verso la fine del 1982 e diventò, sùbito dopo l’uscita sul mercato, un enorme successo internazionale, raggiungendo la prima posizione in una dozzina di paesi, tra cui il Regno Unito, e il Numero 2 negli Stati Uniti.

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L’album d’esordio vendette 2 milioni di copie al momento della pubblicazione. Unico nel suo modo eccentrico di vestirsi e per il look androgino (anche se, secondo molti, sia il look che lo stile di Boy George sarebbero stati presi da Pete Burns dei Dead or Alive, che avrebbe preceduto Boy George di alcuni anni, ma i due non hanno mai smesso di discutere in proposito, con Pete Burns che affermerebbe che non sarebbe importante chi ha indossato cosa per primo, ma chi è stato visto per primo indossare cosa), Boy George divenne una celebrità di livello mondiale e uno dei preferiti dell’allora nascente network musicale MTV.

Il Secondo e il Terzo album (1983-1984) 

Anche il loro secondo album, Colour by Numbers del 1983, ebbe un ottimo esito commerciale. Il primo singolo, Church of the Poison Mind, che anticipava il 33 giri di diversi mesi e vedeva la partecipazione vocale a tutto campo di Helen Terry (presente anche nel relativo videoclip, la Terry era anche la corista di “Do You Really Want to Hurt Me”), raggiunse il Numero 2 nel Regno Unito e la Top Ten negli Stati Uniti. Il secondo singolo, Karma Chameleon, regalò al gruppo la sua seconda Numero Uno nel Regno Unito e la prima negli Stati Uniti, ottenendo un successo internazionale di proporzioni gigantesche e diventando uno dei brani più celebri del decennio.

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L’album vendette oltre 4 milioni di copie negli USA all’epoca della pubblicazione, per un totale mondiale di 4.900.000 copie, ma all’interno del gruppo ebbero inizio i primi guai. All’insaputa del pubblico, e addirittura di Craig e Hay, gli altri due membri dei Culture Club, George aveva intrapreso una relazione sentimentale con il batterista Jon Moss. Il rapporto, che dura più di quattro anni, era spesso turbolento e la pressione per tenerlo nascosto al pubblico e al resto della band inizia a far sentire il suo peso. In questo periodo, George aveva incominciato a fare uso di droghe (anni dopo, negherà l’esistenza di legami tra questo fatto e la sua relazione con Moss che stava terminando) e il gruppo iniziò a perdere il posto che si era guadagnato in campo musicale.

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L’album successivo, Waking Up with the House on Fire del 1984, si rivelò una mezza delusione, ottenendo soltanto il disco d’oro. Incapace di raggiungere il livello di successo conquistato dai due album precedenti, l’LP produsse un solo singolo di grande successo, The War Song (Numero 2 nel Regno Unito), e un moderato successo con il terzo singolo, Mistake No. 3. Accompagnato da un video coloratissimo e per certi versi eccessivo, nonostante la sua indiscutibile bellezza visiva, quest’ultimo brano è una delle ballate più intense dei Culture Club ed è considerato dal collega George Michael come il pezzo migliore di un disco generalmente stroncato dalla critica.  Nel corso dei due anni successivi il gruppo uscì gradualmente dall’attenzione del pubblico e dei media.

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